Chiesa di Sant’Agata al Collegio

Storia e Arte

La seicentesca chiesa gesuitica di Sant’Agata al Collegio chiude, come una imponente scenografia, la parte principale del Corso Umberto. L’arrivo dei gesuiti a Caltanissetta era stato voluto, alla fine del Cinquecento, da donna Luisa Moncada e da suo figlio Francesco II per innalzare la qualità della cultura cittadina. Il grande complesso occupa un intero isolato ed è costituito dalla Chiesa dedicata a Sant’Agata e dal collegio degli studi. La costruzione venne iniziata nel 1588, su progetto dell’architetto gesuita Alfio Vinci, poi sostituito dall’arch. Natale Masucci. In particolare la chiesa venne completata nel 1628.
La facciata, su tre livelli, presenta un elegante portale d’ingresso fiancheggiato da due colonne corinzie su cui spicca il timpano curvilineo spezzato e uno scudo con due puttini scolpito da Ignazio Marabitti. L’interno è a pianta quadrata con quattro pilastri che determinano una croce greca centrale e quattro cappelle laterali. Nel 1647 i fratelli Serpotta ne realizzarono la decorazione a stucco.

Notevole è l’altare di Sant’Ignazio con una sontuosa pala d’altare in altorilievo. Sant´Ignazio è raffigurato in un momento di estasi, mentre riceve da Dio la regola per la compagnia di Gesù.
Nel livello inferiore, sono rappresentati i quattro continenti allora conosciuti: l’Africa con un leone, l’Asia con un dromedario, l’Europa con la corona papale, l’America con la faretra. Manca naturalmente l’Oceania che ancora non era stata scoperta. Tutto l’altare è decorato da intarsi di marmi e pietre dure ed in particolare il paliotto, unico nel suo genere, rappresenta tanti uccelli esotici.
La prima cappella a sinistra entrando è quella di Sant’Anna, con affreschi di Luigi Borremans; a destra la cappella della Madonna del Carmelo, con un bellissimo paliotto di pietre pregiate. L’altare maggiore dedicato a Sant’Agata è sovrastato da un grande dipinto di Agostino Scilla che rappresenta il martirio della santa catanese. Ai due lati del presbiterio, due dipinti di Vincenzo Roggeri.

Testo a cura di Rosanna Zaffuto Rovello

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